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Togliere il freno al sistema immunitario: lo studio COMBAT

L’immunoterapia non ha prodotto risultati nel trattamento del tumore del pancreas a eccezione dei pochi casi di tumore che presentano un particolare profilo genetico, l’instabilità microsatelliti. I recenti risultati della sperimentazione di Fase II COMBAT aprono uno spiraglio di speranza. Ci si augura che la successiva sperimentazione di Fase III fatta su un numero di pazienti significativi apra la strada all’introduzione di terapie immunoterapicheanche per il tumore del pancreas

In un recente studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature Medicine, https://www.nature.com/articles/s41591-020-0880-x, sono stati presentati i dati dello studio COMBAT. In questa sperimentazione è stata valutata l’attività di una nuova combinazione di diversi  farmaci immunoterapici per il trattamento del tumore del pancreas. In particolare la combinazione utilizzata avrebbe lo scopo di eliminare il freno imposto dal tumore al pancreas sul sistema immunitario. In questo modo verrebbero riattivate le cellule che, in condizioni normali, sono deputate a eliminare le cellule tumorali. COMBAT è uno studio di Fase II; sarà quindi necessario un ulteriore studio di Fase III per avere dati traducibili in una nuova cura, ciò che più sta a cuore alla comunità del tumore al pancreas.

Nello studio sono stati testati:

  • il Pembrolizumab,  farmaco immunoterapico che si è rivelato efficace nei pazienti con tumore al pancreas che presentano un particolare profilo genetico chiamato instabilità dei microsatelliti,
  • il BL-8040 un nuovo farmaco che dovrebbe migliorare la risposta immunitaria generata dal Pembrolizumab contro il tumore.

I farmaci sono stati somministrati a due gruppi di pazienti in concomitanza o meno alla  chemioterapia.   

Una doverosa avvertenza: lo studio, purtroppo, non ha previsto un gruppo di pazienti di controllo a cui venisse somministrato il trattamento di cura standard per il tumore del pancreas. Questo prassi utilizzata normalmente durante uno studio clinico controllato ed è il miglior modo per avere dei risultati che siano il più possibile affidabili e indicativi di una migliore efficacia del farmaco sperimentale rispetto alla trattamento standard .

Ritornando allo studio COMBAT e analizzando i dati ottenuti con la sola combinazione immunoterapica si vede che questa induce un aumento di sopravvivenza di circa 3.3 mesi. Solo in uno dei pazienti trattati dei 37 e coinvolti nello studio si è ottenuto una riduzione delle dimensione della massa tumorale.

I risultati della combinazione immunoterapica con la chemioterapia sembrano essere più promettenti seppur ancora molto preliminari. In particolare in questo caso circa 7 pazienti su 22 hanno sperimentato una diminuzione delle dimensioni della massa tumorale. Visto questo dato incoraggiante, l’azienda produttrice del nuovo farmaco BL-8040 sembra intenzionata a finanziare lo studio di Fase III.

Lo studio COMBAT, seppur preliminare, rappresenta il primo esempio di trattamento immunoterapico attivo nel tumore al pancreas.

DILUVIA SUL BAGNATO: risultati questionario Coronavirus

Le cure oncologiche al tempo del coronavirus e le parole vuote del ‘dobbiamo proteggere le fasce più deboli della popolazione’

Interessati in prima persona – in quanto pazienti oncologici – e impegnati a dare risposte a tanti che contattano Codice Viola, abbiamo deciso, alla ricerca di soluzioni in un contesto certo difficile per tutti, di lanciare un sondaggio che ci permettesse di scattare una fotografia della situazione delle cure oncologiche in Italia al tempo del coronavirus. Lo stiamo facendo anche grazie alla collaborazione di diverse associazioni di pazienti, che contribuiscono diffondendo il questionario tra i loro associati. Si tratta di un questionario che non ha alcuna pretesa di essere statisticamente valido, essendo il campione casuale e non rappresentativo, ma piuttosto di raccogliere le percezioni dei pazienti e l’esperienza concreta che stiamo stanno vivendo. 

Dal primo campione di 484 risposte emerge una fotografia estremamente preoccupante a livello aggregato, con differenze tra regione e regione, tra ospedali all’interno della medesima regione, per arrivare ai comportamenti dei singoli medici.

Ormai è sempre più palese che gli ospedali hanno in larga parte sospeso l’attività ordinaria, per gestire l’ondata di contagiati da coronavirus. Il rischio è quello di trattare con il medesimo livello di priorità pazienti con patologie importanti come quelle oncologiche, dove il tempo è una variabile chiave nella potenziale progressione della malattia, e pazienti che hanno cure differibili nel tempo. Dobbiamo rammentare sempre che nel caso della salute, sospendere l’attività ordinaria significa smettere di curare le persone.

Che immagine ci riporta il sondaggio?

Prime visite

Innanzitutto il sondaggio ci racconta che chi aveva prenotato una prima visita si è visto cancellare l’appuntamento nel 37% dei casi.  È verosimile che le cancellazioni riguardino prevalentemente le visite con un chirurgo, mentre quelle oncologiche, per discutere della malattia e avviare la terapia, se effettuate nell’ambito del SSN non dovrebbero aver subito grandi ripercussioni. Questo dato non tiene conto di quei pazienti che in modo autonomo hanno deciso di non effettuare la visita per timore di essere contagiati. È anche molto probabile che una parte delle visite cancellate fossero consulti per chiedere un secondo parere in un altro ospedale. 

57%
5%
36%
L’appuntamento è rimasto invariato
Visita rinviata di pochi giorni
Visita rinviata a data da destinarsi

Cure chemioterapiche e radioterapiche

Chi era già in carico presso una struttura, con terapie avviate, prenotate e in corso, ha potuto in larga parte proseguire senza variazioni.  Un 11% dei pazienti invece si è visto cancellare gli appuntamenti fissati per le chemioterapie. In qualche caso il messaggio pervenuto per spiegare la scelta somigliava molto a un’analisi costi/benefici che può lasciare perplessi: “vista la gravità delle condizioni, i potenziali vantaggi della chemioterapia in atto non sono tali da giustificare i rischi legati al coronavirus”. Abbiamo inoltre riscontrato che in alcuni casi sono stati allungati gli intervalli standard tra una chemioterapia e l’altra per ridurre il rischio di contagio in ospedale. 

77%
10%
9%
2%
Gli appuntamenti di chemioterapia sono rimasti invariati
Chemioterapia rinviata di pochi giorni
Chemioterapia rinviata a data da destinarsi
Chemioterapia interrotta del tutto

Visite di controllo

Le visite di controllo vengono effettuate in corso di terapia, per valutarne l’efficacia, monitorare di persona le condizioni cliniche del paziente, rispondere alle sue domande, fare il punto della situazione. In questa fase le visite di controllo sono state annullate o rinviate a data da destinarsi nel 42% dei casi. Anche quelle dei pazienti operati di tumore tempo fa, oppure pazienti che hanno terminato le terapie e devono fare controlli periodici per verificare se il tumore è fermo, in remissione o progressione. 

48%
5%
41%
4%
L’appuntamento è rimasto invariato
Visita rinviata di pochi giorni
Visita rinviata a data da destinarsi
Visita rinviata per impossibilità di avere in tempo referti diagnostici

Interventi chirurgici

Il dato più eclatante riguarda gli interventi chirurgici, che sono stati rinviati a data da destinarsi nel 64% dei casi. Parliamo di operazioni per rimuovere tumori oppure, nel caso della chirurgia preventiva per le donne con mutazioni genetiche, di mastectomie o ovariectomie, operazioni considerate indispensabili per ridurre il rischio di malattia o di recidiva e quindi interventi da fare con urgenza.   In alcuni casi sono state cancellate operazioni in programma a causa della mancanza di sangue, conseguenza della pandemia di Covid-19. Spesso per la carenza di anestesisti, dirottati sul fronte Covid.  

31%
6%
62%
La data dell’intervento chirurgico è rimasta invariata
Intervento chirurgico rinviato di pochi giorni
Intervento chirurgico rinviato a data da destinarsi

Diagnostica

Un discorso a parte è quello della diagnostica. Si riscontra una sempre maggiore difficoltà a effettuare gli esami indispensabili per iniziare le cure oncologiche (eco-endoscopie, biopsie, TC, PET, ecografie), monitorare l’andamento delle terapie in corso o poter effettuare un intervento. Nel 32% dei casi gli esami sono stati annullati del tutto oppure rinviati a tempo indeterminato. Spesso si effettuano soltanto le prestazioni marcate in origine come “urgenti”. Se un esame è stato prescritto nell’ambito della regolare terapia, e quindi non presenta un codice di urgenza, rischia la cancellazione. In alcune regioni quasi tutti i centri diagnostici privati hanno chiuso i battenti.

63%
5%
26%
5%
È rimasto tutto invariato.
Prelievo/esame diagnostico rinviato di pochi giorni
Prelievo/esame diagnostico rinviato a data da destinarsi
Prelievo/esame diagnostico annullato

I malati fuori regione

Un numero non trascurabile di pazienti (il 10% del campione) fino a poche settimane fa era coinvolto in un pendolarismo sanitario indotto dalla mancanza di competenze e servizi omogenei sull’intero territorio nazionale. Pendolarismo quasi del tutto sospeso adesso, viste le difficoltà dei trasporti. Alcuni centri di riferimento nazionale per specifici tumori non sono più accessibili a tutti i pazienti, e ciò costringe molti a cercare di rivolgersi all’ospedale di prossimità, spesso poco competente nella patologia specifica. Alcuni centri hanno attivato piattaforme per il teleconsulto, per superare le difficoltà di spostamento, ma si tratta di casi rarissimi. Il 76% dei pazienti che hanno visto interrompersi la cura o la visita in altra città o regione non ha ricevuto (o saputo o voluto) alcun supporto telefonico o in video conferenza. Il pendolarismo internazionale poi è diventato sempre più utopistico.

75%
24%
No

La comunicazione

Ai pazienti, a cui è stato comunicato il rinvio o la cancellazione di visite, terapie od operazioni, quasi mai sono state offerte soluzioni alternative. Ben l’81% dei pazienti ha ricevuto notizia della cancellazione senza che venisse loro proposto un’altra modalità, altra tempistica o altri luoghi per effettuare le terapie e i consulti necessari.

80%
19%
No

Il 53% non ha avuto consigli né indicazioni su come proseguiranno le terapie. C’è con ogni evidenza un problema di comunicazione. 

53%
46%
No

Qual è la realtà dietro alla fotografia?

Questi sono i freddi numeri. Numeri che però riguardano persone in carne e ossa (e tumore), che già vivevano situazioni difficili, dolorose, gravi. 

Come ben sa chiunque abbia avuto un tumore o un parente con una patologia oncologica, già in condizioni normali si vive in preda a mille dubbi. Un paziente non sa se le terapie faranno effetto, non sa se riuscirà a sopportare gli effetti collaterali delle cure, non sa se l’intervento chirurgico avrà successo. In questa fase di crisi Coronavirus poi i pazienti oncologici devono fare i conti con il maggiore rischio di contagio e di complicazioni rispetto ad altri pazienti. Si chiedono se sia più rischioso andare in ospedale oppure saltare una terapia o una visita e, quel che è peggio, come abbiamo visto dai dati, sono spesso lasciati soli a prendere queste decisioni. Si sta diffondendo sempre più la paura del contagio, paura che rischia di fare peggio del contagio stesso.

Molte persone sanno di avere un tumore ma non possono accedere ai medici, non possono fare una TC o una risonanza magnetica, quindi non possono ricevere una diagnosi precisa e non possono iniziare a curarsi. Il rinvio di un paio di mesi, che può sembrare poco per una persona normale, per alcuni pazienti può significare un peggioramento della prognosi. Il rinvio o la cancellazione non sono un elemento secondario per chi ha un tumore metastatico o per chi ha un tumore aggressivo o tradizionalmente in rapida mutazione, come quello pancreatico. Proviamo a riflettere sulle conseguenze psicologiche che la notizia della cancellazione della cura o la sua diluizione nel tempo possa avere su un paziente affetto da tumore. Sappiamo che la situazione è molto diversa da un ospedale all’altro. Alcuni iniziano pure a portare le cure oncologiche direttamente a casa ai pazienti, altri si impegnano a svolgere da remoto tutto ciò che è possibile. E altri invece nulla di tutto ciò. 

La situazione ospedaliera è dovuta a diversi fattori: la contaminazione dei reparti oncologici per il ricovero di pazienti poi scoperti positivi al coronavirus, il contagio di medici e altri sanitari, i decreti regionali per i quali l’ospedale deve dirottare una certa quota delle risorse in termini di sale operatorie, reparti e personale, alla crisi COVID-19. 

Non deve quindi sorprendere se alla domanda su quali pensano che saranno le conseguenze della crisi di coronavirus sulle terapie, il 40% dei malati risponde che le ripercussioni saranno negative e un ulteriore 5% teme che la crisi impedirà del tutto la possibilità di curarsi. 

38%
37%
17%
6%
Avrà poche ripercussioni
Avrà ripercussioni negative sulle tue terapie?
Non avrà alcuna ripercussione
Ti impedirà di curarti?

Come uscirne?

Questo diluvio cade su un bagnato, la situazione contingente, grave per tutti e molto complicata anche per i sanitari, ma anche su un bagnato di cure oncologiche che già prima dell’emergenza COVID-19 non erano prive di ostacoli. Manca una gestione di qualità delle patologie oncologiche rare e difficili. Parliamo di un sistema molto disomogeneo tra le diverse città, in cui di rado è prevista un’autentica presa in carico del paziente, che quasi sempre si trova a fare i conti con medici diversi a ogni visita con cui doversi relazionare ogni volta (e il medico con un nuovo paziente). 

A regime, il sistema delle cure oncologiche già opera sotto stress. Spesso prossimo al limite della sua capacità. Non è in grado di far fronte facilmente alle emergenze. Non ha grandi margini di flessibilità. E onestamente non ci pare opportuno, laddove si abbia la possibilità di scegliere, appoggiarsi ai reparti oncologici per risolvere le urgenze come quella in corso. Anzi, al contrario, nell’affrontare situazioni di crisi, per non correre il rischio di aggravare situazioni già serie e attenuare gli effetti delle pandemie, occorre individuare le categorie più vulnerabili per metterle al riparo.

Se ci fossero stati dei centri di eccellenza regionali per patologie oncologiche, argomento su cui Codice Viola è impegnata in prima fila per il tumore del pancreas, l’impatto sui pazienti sarebbe stato minore perché la cura di queste patologie non sarebbe stata disseminata a pioggia sul territorio e quindi limitata ma ben consolidata sia dal punto di vista numerico e ancor più dal punto di vista del know-how clinico.

Un altro esempio di scelte controproducenti: i reparti di terapia intensiva, quelli oggi sotto stress, in condizioni normali hanno una occupazione media dei letti tra il 70% e l’80%, per ottimizzare costi e flussi finanziari. Se questo approccio potrebbe essere accettabile nella gestione corrente, non lo è altrettanto se contemporaneamente non si prevede come gestire potenziali emergenze, perché è chiaro che qualunque picco di richiesta, anche piccolo, creerà problemi di saturazione dei letti oltre il 100%.  Diversamente si deve avere la capacità di organizzare in tempi brevissimi un aumento della capacità di letti attrezzati di terapia intensiva, cominciando dalla creazione di magazzini dei famigerati ventilatori, mascherine, tamponi … e pensare a dei piani di mobilitazione/riorganizzazione ad-hoc del personale medico e paramedico. 

I problemi emersi durante questo periodo di dura crisi richiedono subito soluzioni percorribili ed efficaci, non vuote parole di comodo, perché il prossimo autunno i problemi si ripresenteranno e in forma più acuta.

La creazione di centri di eccellenza regionali per le patologie oncologiche al pari di quello che sta già avvenendo per le Breast Unit, la pianificazione adeguata per la gestione dei picchi di ricoveri da emergenze come la pandemia Coronavirus e l’utilizzo diffuso delle tecnologie digitali nella comunicazione medico-paziente sono decisioni non rimandabili da parte dei politici, le persone elette per gestire la cosa pubblica ed il bene essenziale della salute. Diversamente problemi, inefficienze  e burocrazia si scaricheranno ancora una volta su quelle fasce più deboli della popolazione, tra questi i pazienti oncologici, rendendo ancora più insopportabili le liturgie ipocrite e vuote del ‘dobbiamo proteggere le fasce più deboli della popolazione’.

Continuiamo a diffondere il questionario per raccogliere ancora più dati attraverso il bottone sottostante.

Illustrazione questionario pazienti oncologici e Coronavirus - Codice Viola

Pazienti oncologici e Coronavirus: questionario

Ci arrivano notizie, richieste di informazioni e supporto da tanti pazienti in cura al nord, al centro e al sud, preoccupati per il rinvio o la cancellazione di appuntamenti, il rinvio di cure chemioterapiche, di radioterapia, interventi chirurgici e chiusura di laboratori diagnostici. 

Abbiamo deciso quindi di allargare lo sguardo e chiedere ai pazienti oncologici, in cura o in follow-up, di compilare un rapido questionario che ci permetta di scattare una fotografia dello stato delle cure oncologiche in tempi di Coronavirus, per capire se piove, diluvia o se semplicemente il bagnato è lo stesso di tutti gli altri cittadini. 

Sappiamo che è un momento di preoccupazione per la stragrande maggioranza dei cittadini, con il personale ospedaliero impegnato a contrastare il virus, ma per aiutare la comunità dei pazienti oncologici e dei familiari è necessario avere dati che consentano di analizzare e capire cosa sta succedendo sulla erogazione delle cure oncologiche. Capire la situazione ci metterà nella condizione di fare adesso delle richieste puntuali. In una seconda fase potremo capitalizzare l’esperienza di questi momenti per migliorare la capacità di erogazione di cure della nostra sanità in situazione d’emergenza.

Chiediamo quindi a tutti i pazienti oncologici, in cura o follow-up, di dedicarci un paio di minuti per aiutarci a fare una fotografia dello stato corrente delle cure durante l’epidemia Coronavirus.  

Per avviare il il questionario clicca sul bottone di seguito:

Alessandro Zerbi - Chirurgo tumore del pancreas

Intervista al chirurgo Alessandro Zerbi

Il responsabile dell’unità operativa di chirurgia pancreatica presso l’Istituto Clinico Humanitas parla di cosa vuol dire centro disciplinare, di programmi di screening per i famigliari, di collaborazione fra grandi e piccoli centri, delle nuove tecniche chirurgiche, di come orientarsi quando si viene catapultati in questo mondo

La prima domanda è sempre la stessa: quando arriva la diagnosi uno si trova da un giorno all’altro catapultato in un mondo di cui non conosce nulla e in cui è vitale, in senso letterale, fare le scelte giuste. Qual è il modo corretto di muoversi? Come capire da chi è meglio andare?

Se il sistema sanitario funziona, la figura corretta a cui rivolgersi è il medico di medicina generale; al quale non si chiede ovviamente di impostare la terapia e nemmeno di indicare se sia più opportuno un approccio chirurgico, chemioterapico o altro, ma solo di conoscere i centri di riferimento per il pancreas nella sua zona di residenza e di indirizzare il paziente a quelli.

Però il tumore del pancreas ha una incidenza molto bassa. Magari il medico di base di tumori al seno ne vede tanti e sa dove indirizzare, ma al pancreas ne vede uno ogni tanto e non è detto che conosca i centri di riferimento.

Questo è vero. È anche vero che se non li conosce personalmente è probabile che abbia i canali giusti per informarsi. Ma prendiamo spunto, penseremo a qualche iniziativa di formazione al riguardo per i medici di medicina generale.

Ok, supponiamo che il paziente sia sfortunato e il medico di base non sappia dove indirizzarlo. Che fa a questo punto? Perché è chiaro che guarda su Internet.

E questo è molto pericoloso. Ci sono gruppi seri ma anche molti “predatori”, che cercano proprio persone spaesate e spaventate per proporre costose cure inefficaci. Ci sono anche le informazioni giuste per scegliere, in realtà, ma bisogna sapere cosa cercare e dove.

Per esempio?

Non è facile, bisogna mettere insieme informazioni diverse prese da posti diversi. Per esempio Agenas fornisce per ogni centro il numero di interventi eseguiti nell’anno e la percentuale di mortalità operatoria, che è un dato estremamente importante. Un’altra informazione importante è sapere com’è composto il team. C’è un vero team multidisciplinare specializzato sul pancreas? È importante spingere per aver una sempre maggior trasparenza su dati, che devono essere dettagliati e accessibili.

Ecco. Oggi tutti i centri vantano il team multidisciplinare. Come fa il paziente a sapere se è vero o solo di nome?

Le figure essenziali sono chirurgo, patologo, oncologo e radiologo; tutti specializzati sul pancreas. Senza questi non è un team multidisciplinare. Da lì in su si va solo a migliorare. Altre figure importanti sono endoscopista, radioterapista, nutrizionista, gastroenterologo, medico nucleare, genetista, psicologo, ecc.

È giusto guardare anche al volume di interventi per scegliere?

Il volume di interventi è un metro grossolano, ma una prima indicazione la dà; come dicevamo prima, va unita ad altre informazioni. Bisogna anche pensare che se un centro effettua molti interventi a scapito della qualità, prima o poi la voce si sparge, la gente non ci va più e i volumi calano. Alla fine la concorrenza un po’ funziona.

Perché per il paziente la chirurgia è sempre la prima scelta?

Il paziente ha sempre la speranza che il tumore sia operabile e quindi un tentativo dal chirurgo cerca sempre di farlo. Dopodiché, se dove si rivolge c’è un team multidisciplinare, la “porta di ingresso” è quasi irrilevante. Che si rivolga al chirurgo, all’oncologo o a chiunque altro del team, il caso viene valutato e discusso collegialmente.

Finora abbiamo parlato del percorso di diagnosi integrato. Parliamo del percorso di cura integrato.

La cura del tumore al pancreas non è impostabile dall’inizio per tutto il percorso. Bisogna periodicamente rivalutare il singolo caso e di volta in volta scegliere il tipo di approccio che ha le maggiori probabilità di essere il più efficace a quel punto. Utilizzando tutti gli strumenti a disposizione: radioterapia, vari schemi di cura chemioterapica, chirurgia ecc.

Questo significa però che se uno abita lontano dai grandi centri multidisciplinari specializzati sul pancreas, che alla fine in Italia non è che siano poi così tanti, o si trasferisce, o si sobbarca continui e faticosi viaggi, o accetta di essere curato peggio.

Non è detto. Noi collaboriamo con molti centri più piccoli. Magari mandano il paziente a operarsi qui, poi lo seguono loro per la cura chemioterapica e periodicamente si rivaluta tutti insieme il caso, oppure ci chiedono un consulto specifico, o in molti altri modi. Del resto è nell’interesse di tutti. Il centro specializzato ha un maggior numero di casi senza dover ingrandire troppo la propria struttura, il centro piccolo continua a seguire il suo paziente che altrimenti con tutta probabilità andrebbe altrove e in più ha l’occasione per crescere professionalmente, il paziente ha i vantaggi del centro specializzato senza doversi allontanare troppo spesso dalla sua zona di residenza. L’obiettivo è di creare una rete sempre più estesa di collaborazioni di questo tipo. Società scientifiche e associazioni pazienti possono favorire questa rete, le prime contribuendo proprio a crearla, organizzando incontri e contatti, le seconde segnalando alle comunità di pazienti la sua topologia, chi collabora con chi.

Però nei gruppi social di malati e famigliari si sentono spesso racconti di pazienti che hanno chiesto un consulto a qualche luminare e poi, riferito l’esito al loro oncologo, questo si è risentito e rifiutato di seguire le indicazioni.

Eh, purtroppo spesso c’è ego da entrambe le parti. Il responsabile del centro piccolo si sente sminuito, il luminare a volte ci tiene a far vedere di essere tale e magari corregge il collega anche se potrebbe farne a meno. Bisogna anche pensare che alla fine chi risponde è chi somministra la cura e non può prendersi la responsabilità di una scelta se non la condivide. Per fortuna di solito noi troviamo molto spirito collaborativo dai centri più piccoli.

Si parla sempre di prevenzione e diagnosi precoce, ma per il pancreas, aldilà dei soliti consigli su vita e alimentazione sana, non è che abbia mai visto molto altro. Non è che una persona sana può farsi una tac o controllare il CA19-9 periodicamente per fare diagnosi precoce.

La vita e l’alimentazione sana non sono solo modi di dire, hanno una grande influenza. Il fumo di sigaretta è un altro grande fattore di rischio. Saper riconoscere i sintomi, facilmente attribuibili ad altre cause, è anche molto importante. Poi è vero, sul pancreas non abbiamo molti strumenti preventivi, ma ci stiamo lavorando. Stiamo facendo ricerca per esempio su marcatori del sangue più precisi. Esiste poi uno studio della Associazione Italiana per lo Studio del Pancreas (AISP), cui aderiscono i principali centri esperti nel tumore del pancreas, che offre la possibilità a chi ha due o più famigliari stretti affetti da carcinoma del pancreas di essere inserito in un programma di sorveglianza che prevede l’esecuzione di una risonanza magnetica all’anno, per vedere nel tempo se questo genere di attività preventiva porta risultati.

Chirurgia robotica. Cosa mi dice?

In altre patologie ha dimostrato oggettivamente chiari vantaggi; nel pancreas si temeva che fosse controproducente dal punto di vista oncologico, cioè che fosse meno radicale e a maggior rischio di recidive. Dagli studi sembra che non sia così e che i risultati siano analoghi. È leggermente meno invasiva, ma nel tumore del pancreas non è certo quello il problema principale.

Invece di termo e crioablazione cosa dice?

Non sono procedure di prima scelta, i dati disponibili sulla loro efficacia sono pochi. Ci sono situazioni in cui potrebbero avere senso. Non esiste comunque qualcosa che sia migliore sempre e comunque.

Ogni tanto si vedono titoloni di giornali perlopiù di provincia o servizi in TG regionali che esaltano ospedali solitamente esterni al “giro” del pancreas dove si eseguirebbe qualche tecnica esclusiva con risultati spettacolari. Come fa, uno che è appena stato catapultato in questo mondo e cerca affannosamente un’ancora di salvezza, a discriminare il fumo dall’arrosto?

Una grossa scrematura si può fare verificando su PubMed (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/) le pubblicazioni del medico in questione. Se ha pubblicato qualcosa sull’argomento vuol dire che almeno i dati li ha prodotti.